La buona fede del selfie in chiesa da 30mila like

La cifra dovrebbe essere quella, se non maggiore. Unendo le pagine social che hanno ripreso il selfie di don Sabino in chiesa qualche giorno fa – Intrashtenimento 2.0, Che ne sanno i 2000, La Scimmia Pensa, il profilo di Fabio Briatore e la pagina dell’attore comico Natalino Balasso, oltre tutte le altre condivisioni – ha avuto più like della prima foto di Vittoria Lucia Ferragni. Il web è miope: se non ci fossimo fatti prendere tutti dalla voglia di dire la propria, cercando di comprendere il perché del selfie, sarebbe andata diversamente. Vista alla moviola, è palese che non ci sia cartellino rosso, che l’intenzione del prete non fosse quella di ledere a nessuno fuori da quella chiesa. Tra l’altro è anche vero che la prospettiva inganna: sembra che ci sia assembramento, ma cosi non è; le regole in chiesa ci sono e sono ben rispettate. A meno che non sia Natale o Capodanno. E’ capitato a me lo scorso anno, e il servizio d’ordine sembrava quello delle discoteche estive quando arriva l’amico del buttafuori ed entra fra pacche sulla spalla, occhiolini e gin tonic offerti.

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Il problema credo sia nel nostro habitat: ognuno di noi ne ha uno, fatto di interessi, amici, parenti, situazioni e comodità. Se mi dicono che non posso andare a fare la mia solita partita a padel la domenica mattina, ma nel supermercato ho una signora con il fiato sul collo per prendere il suo dannato yogurt magro 0% grassi senza lattosio, non ci sto. Se mi dicono che con gli spazi enormi di una spiaggia non posso fare una passeggiata con amici a distanza, ma all’Ikea in un monolocale da esposizione ci stiamo in otto, non ci sto.

Se mi dicono che dall’amante non posso andare, ma dall’estetista in casa a nero posso andare, sto sbagliando due volte e me ne vanto anche. Se mi dicono che i teatri sono chiusi da un anno, ma una struttura identica, con un palcoscenico, una platea e un monologhista non hanno mai smesso di lavorare, non ci sto. Simile alla proprietà transitiva, basta cambiare i nomi da palcoscenico-platea-monologo ad altare-fedeli-messa e il risultato non cambia, ma questo ormai si è capito e non dobbiamo scriverlo ogni secondo della nostra vita sui social. Ha la stessa valenza di cercare di contattare Draghi su Skype.

Tornando alla moviola, il cartellino giallo però ci potrebbe stare: l’unica colpa del prete, se vogliamo, è stata quella di pensare al suo habitat, al suo “selfie con il vip Cristo” (parole sue in una intervista, mi piacerebbe molto saper scrivere una battuta simile ma non ne ho le capacità) non curandosi di quello che avrebbe potuto scatenare fuori. Ma era in buona fede, scusate il gioco di parole. Accanirsi contro i singoli e indirettamente contro una comunità parrocchiale non porta a nulla ed è anche brutto. Gli errori della politica sono tanti, ma la situazione pandemica è nuova e non l’abbiamo mai affrontata. Neanche di chi fa le regole (lungi da me difenderli, ma basta dare uno sguardo anche a cosa accade negli altri paesi. Avete ancora desiderio di saudade e Brasile?). Se poi a Pasquetta da social-commentatori impavidi saremo in campagna, o al mare, o su un terrazzo ad arrostire agnello, “giusto pochi intimi, massimo dieci persone perché siamo in zona rossa”, speriamo solo di non andare noi, questa volta, a finire sul web.
Buona Pasqua, e attenti ai selfie.

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