Dopo referendum, Giorgino: «La Barletta-Andria-Trani salva? Sì, ma così non va bene»

Nicola Giorgino, sindaco di Andria, è il presidente di una provincia di Barletta-Andria-Trani che l’ha designato alla guida dell’ente in un momento di assoluta transizione, che dipendeva molto dal esito del referendum. Lo abbiamo intervistato.

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Con la vittoria del «no», quali gli scenari?

L’ente rimane costituzionalmente riconosciuto, così come in passato, e continuerà a funzionare su quella che è la riforma della legge Delrio fino a quando non ci saranno, se ci saranno, provvedimenti legislativi successivi. Per cui continueremo ad assicurare le funzioni fondamentali, così come disciplinati dalla legge, ma attenderemo provvedimenti che equilibrino, dal punto di vista economico e finanziario, le risorse necessarie per assicurare le funzioni fondamentali per garantire servizi e diritti dei cittadini nel territorio provinciale. Principalmente si presterà attenzione ad edilizia scolastica e viabilità ed altre funzioni funzioni attribuite.

Oggi l’ente è governato dai soli sindaci, adesso può esservi un’apertura ai consiglieri comunali o l’esito del voto di ottobre è intangibile?

Questa è una valutazione possibile fare, ma ha la precedenza il completamento dell’iter prcedimentale in corso, vedi l’approvazione dei documenti contabili, fondamentali per la vita dell’ente dato che, fin dal momento dell’insediamento, non era stato possibile approvare né il consultivo 2015, né il previsionale 2016.

Ma la Delrio si fondava, sostanzialmente, su un’eventuale riforma costituzionale. Adesso, oltre la vittoria del «no», pare evidente che i cittadini gradiscano esprimere direttamente i loro rappresentanti: dunque, si può ipotizzare il ritorno ad una Provincia come ente di primo livello e regolari elezioni, come avvenne nel 2009?

Dipenderà dalla volontà del Parlamento di approvare una legge che consenta il ripristino della democrazia, rispetto al funzionamento di questo ente intermedio che svolge funzioni fondamentali. Dal mio personale punto di vista è auspicabile, ma occorre verificarne la volontà politica. Da ciò che si percepisce dalle prime ore successive al referendum, credo che il governo che si costituirà dovrà mettere in sicurezza, innanzi tutto, i conti dello Stato approvando la legge di stabilità, in discussione al Senato. Poi credo ci sia unanime volontà di mettere mano alla legge elettorale, per consentire ai cittadini di eleggersi i propri rappresentanti in parlamento.

Sì può, dunque, convenire sul fatto che, attualmente, le province non siano né carne, né pesce.

In questo momento le province sono un ente di secondo livello, così come delineate dalla legge Delrio. Quando dicevamo che le riforme non si possono fare sulla carta, perché c’è la necessità di verificare l’attuazione pratica, rispetto agli esiti di un processo riformatore, eravamo stati antesignani di ciò che sarebbe accaduto. Purtroppo questa legge partiva da questo presupposto: vedere cancellate le province dalla costituzione e la trasformazione in enti di area vasta. Noi, sul territorio, avevamo avuto la bontà di comprendere questo scenario, organizzandoci attraverso la partecipazione di tutti i sindaci per garantire, in ogni caso, la fase di transizione. Ed è quello che stiamo garantendo e che continuiamo a garantire. Nel frattempo monitoreremo gli sviluppi che ci saranno e, chiaramente a seguito di questi sviluppi, cercheremo di adottare ed assumere le conseguenti determinazioni. In questo momento l’ente continua ad essere di secondo livello, con carenza di risorse umane ed economiche motivo per cui diventa davvero difficile erogare anche i servizi fondamentali. 

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