"Come dovremmo rileggere il 1799"

La ricorrenza, in questi giorni, del bicentenario dei tragici eventi accaduti a Napoli, nel suo territorio e più specificatamente a Trani, mi ha spinto oltre che a rileggere la variegata e numerosa saggistica riguardante quei fatti, a visitare a Napoli, in Castel Sant’Elmo, la mostra su Le memorie storiche della Repubblica Napoletana del 1799.Nel visitare la mostra, in verità, sono rimasto parzialmente deluso.Speravo di leggere e di rintracciare il nome di Trani. Cercavo qualcosa di inedito che si aggiungesse al bagaglio di notizie che già possedevo: avevo consultato il «Fondo Lambert», il «Fondo Beltrani», la «Cronaca di Tommaso Perna» ed altri scritti.Ero andato a Napoli, nella speranza di trovare la traccia della Trani del 1799. Questa speranza era sostenuta dal fatto rilevante che la nostra città a quell’epoca non era un semplice comune tra i tanti, bensì Capoluogo di Provincia. E credo che, quasi certamente, proprio per questo in essa si era consumato un dramma di proporzioni gigantesche!La città era stata messa a "ferro e fuoco". C’erano stati circa mille morti!Così, peccando d’ottimismo, mi sono arrampicato lassù, in cima a Napoli, con questa speranza. Mi dicevo: quest’eccidio tranese terribile è indissolubilmente incastonato nella Storia della "lampante" Repubblica Napoletana. E poi non vi era stato forse tra i prescelti del Primo ed unico Governo della Repubblica* un tranese "doc": Domenico Forges Davanzati? Il suo carisma era tale che fu scelto a far parte, insieme a Giuseppe Albanese, Giuseppe Logoteta, Carlo Lauberg e, soprattutto Mario Pagano, del Comitato di Legislazione per il "Progetto di costituzione della Repubblica Napolitana".**Altro motivo era quello che durante la notte tra il 19 e il 20 gennaio 1799, mentre tutta Napoli era in preda ad un delirio anarchico e ad una completa confusione, alcuni "patrioti" s’impadronirono del più importante baluardo napoletano: Castel Sant’Elmo.Ebbene il primo che riuscì ad espugnare il Castello ed a portarvi la nuova bandiera rivoluzionaria fu Don Antonio Moscatelli: un tranese! Quest’uomo, generoso e di grande coraggio, si fece paladino, in Trani, degli oppressi che da "sempre" subivano le angherie e i soprusi della nobiltà locale. E così Don Moscatelli promosse una petizione del "terzo ceto" nel 1797. Questa protesta fu così chiara, eclatante e comprovata che Ferdinando IV di Borbone, il Re, non potè fare a meno di accoglierla. Questo fatto non era mai accaduto, ma ci chiarisce benissimo quali erano le tensioni di cui la città era pervasa.Nell’inverno del 1798 troviamo Don Moscatelli a Napoli. Qui, seguendo il suo sogno di libertà e democrazia, fu patriota e morì da eroe. Il suo nome, insieme ad altri eroi, cominciò a circolare subito dopo l’insediamento del Governo Provvisorio e sulle pagine del "Monitore Napolitano" diretto da Elena Fonseca Pimmentel compare sul numero quattordici. È una proposta per un monumento.Questi sono i motivi della mia delusione nell’avere visitato la mostra napoletana. In essa nulla ho trovato, nulla ho visto che riguardasse la "Provincia di Trani".La rassegna è circoscritta a Napoli e fatalmente ricalca l’antico scollamento che sussisteva nel 700 tra Capitale e Province così come magistralmente è rilevato da Giuseppe Maria Galanti nelle «Relazioni sulla Puglia del 700». Credo che il non aver allargato, a tutto il territorio coinvolto, le testimonianze dell’avvenimento è per Napoli un’occasione mancata. I fermenti della fine del "secolo dei lumi, siano essi rivoluzionari o controrivoluzionari non interessarono solo Napoli ma tutto il suo territorio.Ordunque, miei cari concittadini, la memoria storica di questo enorme dramma accaduto a Trani, duecento anni fa, è affidata solo a noi. A noi che possediamo un nutrito numero di documenti originali dell’epoca. Nella Biblioteca "Giovanni Bovio", che è di tutti i cittadini tranesi, vi è il "Fondo Lambert", nella sede tranese dell’Archivio di Stato, in Palazzo Valenzano, vi sono altri documenti; a Bari si trova il "Fondo Beltrani".È auspicabile che si organizzi in questa occasione (e credo si farà) una grande mostra di cimeli storici soprattutto per invogliare e sollecitare i giovani allo studio di queste "Pagine" ingiallite dal tempo che parlano di fatti terribili e di nomi di persone, i cui discendenti vivono ancora oggi in mezzo a noi.E se anche l’ampio spazio di tempo di duecento anni è passato, credo che ancora non tutte le passioni siano sopite o totalmente scomparse. Ancora oggi si fa distinzione dei morti di quei lontani primi mesi del 1799. Forse perchè la cronaca e la interminabile lista degli uccisi venne fatta da persone colte e quindi di parte. Ma Giacobini e Sanfedisti, rivoluzionari e controrivoluzionari, nobili e "popolo basso" ognuno aveva il suo ideale, perciò giù il cappello! Tutti vanno rispettati. Poi bisogna tener sempre presente che la cronaca storica scritta a "caldo" risente della passione di chi scrive.Un giudizio chiaro, invece, secondo me, sulle cause di quell’eccidio, l’ho trovato espresso da uno scrittore saggista contemporaneo: Mario Battaglini, che il mio colto amico Lorenzo Lopane mi ha segnalato. Il Battaglini in una nota scrive:"La situazione in Puglia è del tutto particolare. Essa, infatti, è una delle regioni che, per prima, accolse e affermò i principi rivoluzionari; ma è anche una delle prime che in breve giro di tempo li disconobbe.La ragione di ciò deve vedersi nel fatto che, in Puglia, proprio tra lo scorcio del 1798 e i primi del 1799 era in atto in molti paesi una lotta feroce tra popolo e feudatari soprattutto per i numerosi dazi che gravavano e uccidevano, quasi, ogni attività. Ed è appunto su questa base che si innesta la lotta dei repubblicani per instaurare il nuovo governo che, quindi, in Puglia, nasce con un aspetto del tutto diverso: un aspetto cioè, prevalentemente sociale che manca assolutamente a Napoli.Ma è anche da questa situazione che nasce la controrivoluzione. Difatti il popolo, attirato in un primo momento dalle promesse e dai programmi dei giacobini, li abbandona, poi, subito, non appena si accorge che, non solo poco è cambiato nella situazione, ma che, soprattutto con l’intervento dei francesi le contribuzioni, le confische, tutte le altre angherie, continuavano ed, anzi, aumentavano."Ecco che vien fuori la realtà e il Popolo di Puglia si accorge che quasi nulla è cambiato. Si cambia per non cambiare? Si anticipa il concetto gattopardesco di Tommasi di Lampedusa.

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