Bravo Simone, ma dov’era la coalizione?

Dopo l’inatteso flop elettorale, per i partiti del centrodestra è giunto il momento della riflessione. La netta affermazione di Carlo Avantario e compagni, sia al primo turno sia al ballottaggio, non lascia spazio ad attenuanti: il centrosinistra ha espugnato quella che fino a qualche settimana fa era considerata come la roccaforte del Polo delle Libertà nel nord barese. La nera Trani come la rossa Bologna? Cerchiamo di capirne il perchè. In molti hanno rimproverato al centrodestra una eccessiva presunzione ed un modo di fare politica poco vicino alla gente. Sono considerazioni fondate, anche se l’analisi della sconfitta, a nostro avviso, non può prescindere da due fondamentali elementi tra loro legati a filo doppio: la scelta del candidato sindaco e la tenuta della coalizione. “La sinistra ha puntato sul professionista prestato alla politica, noi su un uomo che aveva già un’esperienza amministrativa: la nostra era una proposta di governo, una proposta matura che gli elettori hanno bocciato”, affermano negli ambienti di An spiegando il perchè della candidatura di Gino Simone. Una candidatura che, col senno di poi, non sembra essersi rivelata felice. Sia chiaro, non sono in discussione il valore e la serietà del vicesindaco uscente (a proposito: durante la campagna elettorale ha parlato di programmi senza farsi trascinare nelle risse ed ha accettato con signorilità la sconfitta. Complimenti). E’ però inequivocabile il messaggio che gli elettori hanno lanciato sia il 13 che il 27 giugno: bocciando Simone, Trani ha bocciato gli ultimi quattro anni di governo cittadino. Un giudizio severo, dunque, che forse qualcuno nel centrodestra aveva preconizzato in tempi non sospetti. Conosciamo tutti, infatti, il tira e molla che ha preceduto la candidatura di Simone. A non più di quarantott’ore dalla presentazione delle liste, colui che di lì a poco sarebbe divenuto il candidato unitario del Polo era in compagnia di altri due candidati “virtuali”, Luigi Musci e Nicola Di Gravina. In zona Cesarini, come si ricorderà, il centrodestra raggiungeva l’accordo: una vittoria per Alleanza Nazionale, che sin dal primo momento (o quasi) aveva tifato per il “suo” Gino Simone. Le urne hanno poi dimostrato che quella è stata una vittoria di Pirro. L’unità del centrodestra, in realtà, era solo uno slogan elettorale; la verità era che ognuno coltivava il proprio orticello. Solo due comizi unitari (quelli di chiusura, tra l’altro con qualche defezione), alcuni manifesti e bigliettini elettorali con il nome del candidato consigliere ma senza quello del candidato sindaco: piccoli segnali di un evidente malumore. Anche la dissociazione finale di Impegno per Trani, giusta o sbagliata che fosse, la dice lunga sulla compattezza della coalizione. Rivalità personali, certo, ma anche molta disorganizzazione. Il centrosinistra ha vinto anche per la compattezza dimostrata: in passato hanno litigato anche loro, ma oggi raccolgono i frutti di un lavoro di oltre un anno. Se torniamo indietro di dodici mesi, invece, il centrodestra, An esclusa, era un’entità virtuale; Forza Italia era spaccata, il Ccd e la lista Cito non esistevano, il Cdl muoveva i primi passi, mentre Impegno per Trani ed Alleanza per Trani erano ancora circoli culturali. Una disorganizzazione che ha nuociuto principalmente ad Alleanza Nazionale, che aveva programma e candidato sindaco pronti da dicembre, ma che ha dovuto chiudere nel cassetto per aspettare gli alleati. Un’attesa che, dice qualcuno ad An, non poteva durare fino a maggio: bisognava rompere gli indugi molto prima, anche a rischio di ritrovarsi soli. Ora, invece, Alleanza Nazionale è sul banco degli imputati: la sconfitta del “suo” candidato sindaco non fa che alimentare contestazioni e rimpianti. In effetti, il malumore di molti cittadini nei confronti dell’amministrazione era da tempo evidente. La prima testa a cadere è stata quella del presidente Tarantini, dimissionario, al quale la fronda interna imputa una incerta gestione del partito ed una sbagliata scelta delle alleanze elettorali. La base del partito ha comunque chiesto a Tarantini di restare alla guida di An e di farsi promotore della ricostruzione del centrodestra. A questo proposito, il Consigliere più suffragato di An ha lanciato l’idea del governo-ombra, il cui leader sarà Gino Simone, che dovrà controllare l’operato dell’amministrazione comunale. Se An piange, di certo non ride Forza Italia. Resta il principale partito della coalizione, ma il raffronto tra il dato “tranese” delle europee (31%) e quello amministrativo (poco più del 12%) è impressionante. Quasi i due terzi dei voti persi sulla strada che da Bruxelles porta a Trani: merito del Cavaliere o demerito degli “azzurri” locali? Fermo restando l’impegno dimostrato dal coordinatore cittadino Alfonso Mangione e dal coordinatore di collegio Carlo Laurora nel sostenere Gino Simone, la sensazione è che una parte di Forza Italia non abbia accettato di buon grado un candidato sindaco proveniente da An, un partito elettoralmente più debole. L’unica, magra, consolazione di questo desolante panorama, è il ritrovato feeling tra i vertici cittadini di An e Forza Italia, i partiti guida della coalizione. La ripresa del dialogo all’interno del Polo, sempre che si estenda anche agli altri partiti, è la premessa indispensabile per non presentarsi impreparati ai prossimi appuntamenti elettorali. Ci voleva una sonante sconfitta per imparare la lezione?

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